EDITORIALE
Quando sbarcai su Internet, un sabato di febbraio del 1997, aprii il computer e trovai un caro saluto del mio amico giornalista Enrico. La foto che mi inviò non si prestava a interpretazioni. Un’avvenente signorina mostrava le sue grazie - come avrebbero scritto sui giornali di quel tempo - in una posa che dava una prospettiva senza equivoci a chi la osservava.
“Benvenuto su Internet”, era il messaggio di Enrico. Pensai che Internet fosse davvero un luogo interessante dove abitare.
Giorni dopo scoprii, per conto mio, ICQ (acronimo di I seek you). Era un messenger che potremmo chiamare il nonno di Skype e, quindi, il trisavolo di Zoom e Meet.
ICQ era il frutto di una software house israeliana. Mi chiesi - era il 1998 ormai - come mai un gruppo di informatici e di investitori di Tel Aviv si fosse interessato alle chat online. L’argomento era affascinante. Ne sapevo qualcosa, avendo chattato con il costosissimo Videotel, nel 1991.
Ora quell’argomento - un messenger per chiacchierare e scambiarsi file in giro per il mondo - ha un suo perché. Attraverso un messenger, un software, un modello di Intelligenza Artificiale possiamo essere spiati, monitorati oppure - bene che vada - studiati per trarne dati da usare per venderci qualcosa. O per orientarci in una certa direzione.
Controllare il nostro tempo per farlo fruttare è sempre stato l’obiettivo dei media: dai libri ai giornali, dalla radio alla tv, a internet. Oggi la partita è ancora più pesante: saturare il nostro tempo, per evitarci di pensare ad altro.
Maurizio F. Corte
VISIONI. La strage di braccianti in Calabria e come i giornali ci raccontano i fatti
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SERIE. The Witness, il colpevole perfetto trovato dalla polizia e costruito dai media
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PODCAST. Rumore. Il caso di Federico Aldrovandi. Quando l’arroganza uccide un innocente
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THINK HUMAN. Sguardo diverso sul mondo
Master in Comunicazione europea, Media e Giornalismo interculturale
ProsMedia ETS. Media education, Società e Mediazione Interculturale







