EDITORIALE
L’ergastolo è una pena contro la Costituzione, dato che equivale a una condanna a morte civile. La Corte Costituzionale lo ha dichiarato, oltre 50 di anni fa, comunque costituzionale perché - se il condannato si comporta bene - sono previsti benefici di pena. C’è anche la possibilità di una liberazione condizionale prima che un detenuto muoia: sempre se si comporta bene. A decidere se un condannato si comporta bene è la magistratura di sorveglianza. Quindi, l’ergastolo esiste comunque; e non è un “fine pena mai” tanto per dire.
Il problema, oltre alla Costituzione, è tuttavia un altro: l’ergastolo dà soddisfazione al nostro desiderio di vendetta, più che di giustizia, ma è una pena per nulla efficace. Non impedisce, né riduce in modo significativo, la possibilità che si compiano gravi crimini.
Un esempio lo abbiamo con l’ergastolo per femminicidio. Cosa sta accadendo? Chi medita l’omicidio di una donna a cui si sente legato, valuta e talvolta sceglie di fare la stessa fine della vittima: si uccide.
È accaduto, questa settimana, a Barberino del Mugello (Firenze), dove Federico Vella, 36 anni, ha ucciso l’ex compagna Lorena Isceri, 45 anni, per poi togliersi la vita. I corpi sono stati trovati sotto un cavalcavia dell'autostrada A1, nel tratto in provincia di Firenze. Legata e poi chiusa nel bagagliaio dell’auto dall’ex compagno, Lorena ha percorso un viaggio da incubo: è riuscita a chiamare da un cellulare prima alcune persone a lei vicine, e poi a stare 20 minuti al telefono con il 112. Nonostante i 20 minuti al telefono, l’unica a intervenire - a delitto ormai commesso - è stata la Polizia Stradale, che non è riuscita neppure a impedire il suicidio dell’uomo.
Credo che la Polizia di Stato debba alla magistratura, e a noi come cittadini, una spiegazione: com’è possibile che una persona in pericolo resti 20 minuti al telefono con le forze dell’ordine, senza che qualcuno di specializzato intervenga? A cosa serve la sorveglianza digitale di massa e a cosa servono le task-force di polizia, se non per intervenire a salvare vite umane?
Quello che sconcerta è che la pena dell’ergastolo - così come l’inasprimento delle pene da Codice Rosso - non viene supportata da investimenti consistenti nei centri antiviolenza di genere, nell’attività educativa verso soggetti maltrattanti e nelle forze di polizia specializzate. Voglio dire: il Parlamento aumenta le pene, anche se sa che serve a poco, ma non mette in campo gli interventi utili per prevenire i reati. È una strana idea di “sicurezza”, quando invece si dovrebbe perseguire da un lato la prevenzione e dall’altro la certezza della pena, più che la mera e inutile vendetta.
Succede, così, che a ogni femminicidio i media si limitino - come hanno fatto i grandi giornali subito dopo il caso di Firenze - a dare la notizia. E non tematizzino quanto servirebbe per fermare la strage di donne.
Maurizio F. Corte
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