Premessa
Da oggi la newsletter Officina del Vero™ ha una nuova veste editoriale. Ogni settimana trovi un diverso approccio al ruolo dei media nel raccontare la società, la cultura, la giustizia, i conflitti e la sicurezza. Cominciamo oggi con il primo approccio: “Il Caso”. Ovvero, una vicenda giudiziaria per riflettere sui media e la comunicazione.
IL PENDOLO DI GARLASCO
Diciannove anni di indagini, due nomi, un pubblico che si sposta. E la domanda che conta: che cosa ci insegna, fuori dall’aula, la vicenda di Garlasco?
Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi, 26 anni, viene uccisa nella villetta di famiglia, in via Pascoli, a Garlasco (Pavia). Sul muro della scala che scende in cantina resta l’impronta di una mano destra. Negli atti diventerà la «traccia 33».
Quella traccia oggi esiste solo in fotografia. Nel 2007 la parete fu trattata con la ninidrina e poi grattata. La provetta con il materiale prelevato non è stata ritrovata. Nessuno potrà più dire con certezza se su quell’intonaco ci fosse sangue.
Nei primi giorni, nella villetta, entrano decine di persone persone senza calzari a proteggere le scarpe. La bicicletta di Alberto Stasi, sequestrata il 20 agosto, arriva al laboratorio del Ris di Parma il 10 settembre.
Diciannove anni dopo, quella scena torna a parlare. Negli ultimi giorni ha detto cose pesanti.
CHE COSA È SUCCESSO
Lunedì 28 settembre 2026 la Procura di Pavia ha chiuso per la seconda volta le indagini su Andrea Sempio, 38 anni, amico del fratello di Chiara. L’accusa è omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti. La richiesta di processo è attesa entro la fine dell’anno.
Tra le carte depositate ci sono tre novità.
La prima riguarda il passato. Il 19 settembre 2007 il Ris trova sui pedali della bicicletta di Stasi il Dna di Chiara. Il giorno dopo, il capitano Alberto Marino ripete l’analisi due volte, ed entrambe danno esito negativo. Secondo i pubblici ministeri, quei due risultati non furono mai depositati nel fascicolo. Gli investigatori lavorano sull’ipotesi di uno scambio accidentale di provette con il cucchiaino della colazione di Chiara: i due campioni riportano lo stesso valore, 2,78 nanogrammi. I consulenti genetici della stessa Procura, però, definiscono il Dna sui pedali «un dato solido».
La seconda novità riguarda la dinamica del delitto. Secondo i consulenti della Procura, i medici legali Cristina Cattaneo e Biagio Eugenio Leone, Chiara si difese, e l’aggressione durò «decine di minuti». Le sentenze su Stasi parlavano di assenza di lotta e gli assegnavano una finestra di 23 minuti. Il Fatto Quotidiano fa notare che la consulenza è stata fatta su documenti e fotografie, senza esaminare il corpo.
La terza novità riguarda la famiglia. I Poggi non si costituiranno parte civile contro Andrea Sempio. «Non abbiamo da avanzare alcuna pretesa economica nei confronti di persone innocenti», ha detto il loro avvocato, Francesco Compagna. Per loro il colpevole resta Alberto Stasi, fidanzato della vittima. In un’eventuale processo di revisione davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Brescia, saranno parte civile.
QUATTRO VOCI SU UN FOGLIO
Sui pedali ognuno ha la sua verità, e ognuno la dice con certezza.
Il generale Luciano Garofano, che nel 2007 guidava il Ris (Reparto investigazioni speciali) dei Carabinieri, assicura al Corriere della Sera che dati contrari sarebbero stati comunicati. E parla di «una narrazione volutamente di parte, secondo la quale Stasi deve essere per forza innocente».
Matteo Fabbri, allora consulente della difesa di Alberto Stasi, dice a Repubblica: «Se io e il mio maestro Avato lo avessimo saputo saremmo saltati sulla sedia».
Il Fatto Quotidiano cita invece una relazione del 2007 dello stesso professor Avato, che nomina le analisi del 20 e 21 settembre 2007: per il giornale, la difesa di Stasi sapeva che quei test erano stati fatti. Repubblica scrive di aver riletto l’intero fascicolo senza trovarne traccia. E Marino, interrogato dai pubblici ministeri, dichiara: «Non posso escludere di aver fatto vedere a Fabbri o Avato le due corse negative».
Quattro voci, due giornali, un foglio di diciannove anni fa. Chi legge un solo quotidiano porta a casa una sola storia.
IL PUBBLICO SI SPOSTA
Intorno all’aula, intanto, si celebra un secondo processo. È il processo mediatico, che tantissimi amano; e che pochi detestano con tutto il loro livore. È un processo - lo abbiamo visto ormai da anni - va in onda ogni mattina, ogni pomeriggio e ogni sera in tv e ogni ora sui social media.
Il giornalista Stefano Nazzi, sul Resto del Carlino, lo chiama «un indecoroso spettacolo, con esperti che sono diventati personaggi televisivi». Poi ci sono i social e YouTube, dove «ci sono quelli che fanno informazione seria ma, purtroppo, esistono anche gli altri». Francesco Merlo, su Repubblica, paragona lo scontro il duo Stasi-Sempio (il condannato e il sospettato) a quello «dei gladiatori al Colosseo».
Ora guarda un po’ chi denuncia il cosiddetto circo mediatico. L’avvocato dei Poggi, alla Stampa: «la verità è nemica dell’audience», l’attenzione mediatica crea «opposte tifoserie». Marco Travaglio, sul Fatto Quotidiano: «la verità non fa share». Garofano: «una campagna mediatica che dà spazio alle chiacchiere e non ai fatti». L’avvocata di Andrea Sempio, Angela Taccia, prevede il rinvio a giudizio «anche per il clima mediatico che si è creato».
Tutti vedono la tifoseria. Ciascuno la vede nella curva di fronte.
Perfino i ruoli si sono capovolti. I legali della famiglia della vittima - Chiara Poggi - stanno al fianco dell’indagato Sempio. La difesa del condannato Stasi sostiene l’accusa. Il Resto del Carlino chiama questa situazione inedita un «unicum».
E il pendolo si muove da anni. Alberto Stasi è stato assolto due volte, in primo grado e in appello. Poi la Corte di Cassazione ha ordinato un nuovo appello, e da lì è arrivata la condanna a sedici anni, definitiva nel 2015. Dieci anni Stasi li ha scontati in carcere. Per anni il colpevole di Garlasco ha avuto il suo volto, «il ragazzo dagli occhi di ghiaccio»: uno sguardo freddo in foto bastava a raccontare un carattere.
Oggi una parte del pubblico ha spostato il dito su Andrea Sempio, amico di famiglia della vittima. L’altra parte del pubblico difende la condanna come una bandiera. Il pendolo ha cambiato direzione. Il metodo è rimasto lo stesso: prima il nome, poi i fatti che lo confermano.
IL METRO DI GENOVA
Conosco questo movimento. Lo studio ormai da sedici anni su un altro caso giudiziario, quello del biondino della spider rossa.
Genova, maggio 1971. Milena Sutter, tredici anni, esce da scuola e non torna a casa. Per il suo rapimento e per la sua morte viene condannato Lorenzo Bozano, che i giornali battezzano «il biondino della spider rossa». Assolto in primo grado, nel 1973, viene condannato all’ergastolo in appello, nel 1975. La Cassazione conferma nel 1976.
Lorenzo Bozano, che ho conosciuto molto da vicino e con cui ho avuto anche una fitta corrispondenza e lunghe interviste, è morto alla fine di giugno del 2021. Ci eravamo sentiti al telefono solo un paio di ore prima.
Anche nel caso di Milena Sutter abbiamo una scena compromessa: nella mia ricerca ho documentato cinque livelli di carenze nella raccolta delle prove. Anche lì c’era un personaggio mediatico, pronto per le prime pagine: il giovane di buona famiglia, strano, con l’auto sportiva. Anche lì c’era (e ancora c’è) una città divisa.
Il caso Sutter mi ha insegnato due cose.
La prima: quando una scena del crimine viene contaminata, la verità non torna più intera. Restano frammenti, come l’intonaco grattato di Garlasco, e ognuno li ricompone secondo la storia che preferisce.
La seconda riguarda la trappola opposta. Chi smonta il colpevole perfetto rischia di costruire un innocente perfetto. Ho conosciuto Lorenzo Bozano negli ultimi dieci anni della sua vita, e non sono mai stato innocentista. Gli ho chiesto più volte che cosa avesse visto, lui, quel pomeriggio: il suo alibi non ha mai avuto un dettaglio che mi convincesse. Mostrare che una sentenza poggia su basi fragili, d’altro canto, non dice ancora chi è stato.
Vale per Garlasco: due test negativi del 2007 possono indebolire una prova, ma non ne costruiscono un’altra. Possono aprire la strada a una revisione per Alberto Stasi; da soli non dicono nulla sulla responsabilità di Andrea Sempio.
A noi lettori tocca un compito preciso: tenere aperta la domanda finché i fatti non la chiudono.
LA DOMANDA CHE CI DOBBIAMO FARE
A questo punto devo farmi una domanda, e la giro a te. A che cosa ti serve Garlasco?
Se la segui come una serie televisiva, ti serve a poco. Ti prende tempo e attenzione, ti lascia un’opinione in più da difendere a cena.
E a qualcun altro toglie molto. Il giornalista Stefano Nazzi - da cui pure dissento in modo profondo su come ha trattato il Caso Sutter nel suo podcast - lo dice in modo condivisibile: in questa confusione «ci si dimentica di una ragazza che ha terminato la sua vita a 26 anni». E ci si dimentica di due uomini: uno che potrebbe aver passato dieci anni in carcere da innocente, l’altro con una vita che «è lì, sospesa».
La cronaca giudiziaria ha senso a una condizione: che ci restituisca le chiavi per leggere la vita di tutti i giorni. Il caso di Garlasco ne offre almeno quattro, che ho già colto nello studiare il caso del biondino della spider rossa, che biondo non è mai stato.
La prima impressione diventa sentenza. Uno sguardo freddo in foto, una spider rossa davanti a una scuola. Ci basta poco per tratteggiare il personaggio. Lo facciamo con il collega «difficile», con lo studente «svogliato», con il parente che «fa sempre così», con lo «straniero» che infrange le regole. Da quel momento ogni fatto nuovo diventa una conferma. L’ho toccato con mano con la vicenda di Lorenzo Bozano: hanno contato addiritture 44 indizi. Molte sono solo bugie o fantasie.
Le prime ore decidono. Una parete grattata, una provetta perduta, e diciannove anni dopo nessuno può rispondere. In un conflitto succede lo stesso: le prime parole, dette a caldo, entrano nella scena e la sporcano. Nel caso di Lorenzo Bozano, l’essere stato visto con la sua spider vicino alla casa della vittima e poi nei pressi della scuola di Milena, ha determinato la cornice interpretativa. Eppure, rallentare all’inizio con i nostri giudizi costa meno che ricostruire dopo.
Difendiamo le nostre storie più dei fatti. Chi ha sostenuto una tesi per anni fatica a rivederla: ogni dubbio suona come un attacco, una «narrazione di parte», «propaganda». Succede ai periti, ai giornalisti, ai genitori. Succede a noi. È successo anche a me, di sentirmi dire da qualche deficiente che sono un innocentista, solo perché metto a nudo gli errori, la manipolazioni e le falsità sul caso di Milena Sutter. Cambiare idea ha un costo, e la tentazione per molti è di non pagarlo.
La certezza vende, il dubbio no. Sullo stesso dato, questa settimana, l’avvocato dei Poggi ha detto: «È impossibile che sia un errore: non c’è margine». Un consulente della parte opposta: «Oltre al dolo non mi viene in mente nient’altro». Un video che annuncia «ecco il vero assassino» raccoglie più visualizzazioni di uno che dice «non lo sappiamo ancora». In riunione o nel gruppo dei genitori, chi propone di aspettare sembra debole. Eppure «aspettiamo» è la parola più onesta che abbiamo.
L’ATTREZZO DELLA SETTIMANA
Al Corriere della Sera hanno chiesto all’avvocato dei Poggi se fosse aperto a cambiare idea. La risposta: «Tutti siamo interessati alla verità. Ma di fronte ad elementi veramente nuovi».
È la risposta che daremmo tutti. Il punto è dire prima quali siano gli elementi veramente nuovi. Per questo, prima di schierarti — su un caso di cronaca, su una lite in famiglia, su una voce che gira in ufficio, sul diverso che ci minaccia — fatti una domanda: Quale fatto, se emergesse domani, mi farebbe cambiare idea?
Se la risposta arriva, stai ragionando. Se non arriva, sei dentro una tifoseria.
Vale per chi è certo della colpevolezza di Alberto Stasi e per chi è certo di quella di Andrea Sempio. Vale per chi ancora crede che Milena Sutter è stata rapita e poi assassinata da un killer a sangue freddo. Vale per me, che da sedici anni mi faccio la stessa domanda su cosa sia davvero successo nel caso Sutter. E su chi sia inventato quella storia così coinvincente.
PER CHIUDERE
Ti è capitato di accorgerti, tardi, di aver giudicato qualcuno prima di avere i fatti? E che cosa ti ha fatto cambiare idea?
Rispondi a questa email, scrivendomi. Sotto ti lascio il mio recapito. Leggo tutto, e con il tuo permesso, senza nomi, qualche storia potrà entrare in un prossimo numero.
Se vuoi vedere come si costruisce un colpevole perfetto, passo dopo passo, il podcast Il Colpevole Perfetto racconta il caso Sutter-Bozano in otto puntate. Lo trovi qui: Il Colpevole Perfetto. La storia sbagliata di Lorenzo Bozano e Milena Sutter.
Chiara Poggi aveva ventisei anni. Milena Sutter di anni ne aveva 13. Meritano entrambe che le loro storie vengano ricordate con metodo, prima che con passione.
Un caro saluto.
Maurizio F. Corte
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- Per questo articolo ho usato Claude, modello di IA, per la ricerca e la revisione editoriale del testo
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