COS’È LA PROPAGANDA
“Una giornata che ha purtroppo ancora registrato diversi atti di violenza in alcune manifestazioni, voglio esprimere il mio sentito ringraziamento alle donne e agli uomini delle Forze dell’ordine che sono ogni giorno presidio e garanzia della sicurezza e della libertà di tutti gli italiani”. Lo scrive su X il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, intervenendo in merito agli scontri, ai cortei e alle tensioni registrati oggi nelle principali piazze italiane.
Questo è un esempio di propaganda. Una ministro che si dovrebbe occupare di scuola e di come la scuola possa promuovere i giovani, interviene su un argomento - le proteste - puntando solo su un dettaglio: gli atti di violenza.
La violenza va condannata, va prevenuta, va repressa. Su questo non ci sono dubbi. La violenza è sfasciare vetrine, rompere arredi urbani e lanciare pietre ferendo uomini e donne delle forze dell’ordine. E non è accettabile. Mai.
Alle forze dell’ordine mancano oltre 20 mila addetti, tra polizia, carabinieri e finanzieri. Questo si traduce in meno tempo per aggiornarsi, formarsi e svolgere turni sopportabili. Dello stipendio misero di chi difende la nostra sicurezza e quella della democrazia, tutti sappiamo. E stiamo in silenzio.
Violenza è però anche aprire un negozio in centro storico con i soldi da ripulire delle mafie. Violenza è anche speculare sul gioco d’azzardo, per il quale gli italiani spendono più soldi che per il cibo. Violenza è sfruttare lavoratrici e lavoratori nel terziario, in certe fabbriche che sfuggono ai controlli, nei campi dell’agricoltura che vive sul lavoro dei migranti.
Contro queste altre violenze, tuttavia, il ministro che ho citato sopra non ha mai tuonato. Non le considera, a quanto pare, importanti.
Perché la dichiarazione di quel ministro è propaganda? Perché ci distoglie dai problemi - carovita, salari bassissimi, giovani in fuga all’estero, guerra come cornice esistenziale e sociale - e porta a concentrarci tutti sulla sola violenza di piazza. È una forma di distrazione di massa, o di diversione dell’attenzione, per dirla con gli psicologi sociali.
LA PROTESTA E I GIORNALI
Sulla paura che i poteri economici, politici e sociali hanno della protesta ho scritto un articolo per il magazine online, Heraldo. Questo il titolo: La piazza che fa paura. Come i media hanno raccontato “maranza” e camionisti.
I governi di questa fase storica hanno un grande problema, del resto. Che non si aspettavano.
Sono passati i decenni con i media allineati al Potere, con un giornalismo mainstream genuflesso e un intrattenimento televisivo e social funzionale alle piattaforme degli oligarchi del mondo digitale.
Nonostante questo, la gente protesta. La gente non si è fatta condizionare, perché la congiura dei media mainstream contro tutte e tutti noi non ha funzionato. E non ha funzionato perché i social media sono un’arma a doppio taglio: da un lato ci imbambolano con le news frammentate, le posizioni polarizzate e lo scrolling infinito; dall’altro ci offrono scorci, occasioni e spunti di riflessione.
Il sistema dei media - ci dice Denis McQuail, uno dei più grandi studiosi dei media studies - è funzionale al sistema di potere in cui operano. Gli studiosi dei new media ci fanno notare come l’ibridazione dei media (tv, giornali, radio, social) sia accompagnata dall’ibridazione delle proprietà di media e piattaforme e settori industriali. E questa seconda ibridazione porta a far coincidere gli interessi dei potentati economici con quelli dei padroni dei media.
Di qui l’allinearsi dei giornali a raccontare soprattutto le violenze di piazza, lasciando in secondo piano le ragioni delle proteste. È come se i media insistessero sul cancro ai polmoni, criminalizzando chi ne è affetto, trascurando i danni dal fumo e dallo smog.
LA LETTURA CRITICA DEI MEDIA
Quando apro un giornale, scrollo i titoli dei media online, clicco sui video di certe agenzie di stampa su YouTube, tutto quanto mi appare spesso nella sua azione di condizionamento, funzionale ai più potenti della società. Avendo lavorato per oltre dieci anni in una redazione di notizie dall’interno e dall’estero, al quotidiano L’Arena di Verona, e studiando media e giornalismo, colgo subito dove finiscono le routine professionali. E dove comincia la malafede.
Evito di fare un elenco dei titoli dei giornali online, nella giornata di venerdì 30 ottobre 2026, nel dare le notizie sulle proteste in piazza. Basta il titolo di apertura del Corriere.it che ho letto alle 16.38: Cortei nelle città blindate. A Milano in 35 mila sulla Tangenziale Est chiusa al traffico. Vernice rossa su cartelli e guard rail.
Cosa ci insegna questo titolo? Faccio un elenco, per comodità di analisi. E per avere un piccolo strumento di lettura critica dei giornali:
Cortei nelle città blindate. La parola “cortei” viene subito limitata e definita dall’aggettivo “blindate”. Cosa ci dice questa frase? La protesta costringe le città a blindarsi per evitare di essere invase e diventare oggetto di violenze: perché la protesta è violenza. Quest’operazione che fa il Corriere.it si chiama framing. Ovvero l’incorniciare un evento per dargli una certa lettura, anziché un’altra.
Possiamo ribaltare questo titolo? Certo: “Le città si blindano per paura. Ma la protesta dei giovani contro il carovita non si ferma”. È un altro frame.A Milano in 35 mila sulla Tangenziale Est chiusa al traffico. Qui il giornale annulla il valore di una protesta con 35 mila persone in strada, che sfilano su una tangenziale e non corrono in un centro storico a sfasciare vetrine. Il valore della protesta viene compromesso da tre parole: “chiusa al traffico”. Questo non è solo un dato, è una scelta di quale sia l’elemento prioritario, più importante, da mettere in evidenza: in questo caso, si evidenzia il fatto che i manifestanti possano aver compiuto un reato, facendo chiudere la tangenziale (se non autorizzati). Quest’operazione si chiama agenda setting. Ovvero, la scelta dell’elemento più importante da portare all’attenzione di chi legge.
Vernice rossa su cartelli e guard rail. Un dato come questo richiama in modo visivo e immediato le violenze di piazza. Della serie: se questi in tangenziale imbrattano cartelli e guard rail, figurarsi cosa faranno quando arrivano in centro città. Quest’operazione linguistica fa riferimento a un’altra teoria dei media, la teoria della coltivazione. È la teoria secondo la quale chi fa un massiccio uso di televisione (oggi possiamo allargarci ai media digitali) tende a sovrastimare il livello di violenza nel proprio quartiere.
Già influenzati dalle notizie sulle violenze nel centro di Milano, mettendo in ombra le proteste pacifiche, quella vernice non ci fa pensare a una forma di disobbedienza irriverente per protestare contro il carovita. Ci fa pensare che siamo di fronte a una massa di violenti, pronti a mettere a ferro e fuoco la città.
IL RUOLO DEI MEDIA
Concludo questo breve viaggio nei giornali e nella protesta rappresentata, con un’osservazione: mai come oggi i media si sono appiattiti sugli interessi delle classi dominanti.
Del resto, il modo migliore per disinnescare la protesta sacrosanta contro il carovita, le ingiustizie sociali, la scelta della guerra come unica via culturale, è sempre il solito: divide et impera (dividi e comanda).
I media mainstream mettono i cittadini l’uno contro l’altro. Grazie a questo, i cittadini e le cittadine si dimenticano di alzare lo sguardo contro chi li tartassa, li sfrutta e li riempie di incertezza.
Un caro saluto.
Maurizio F. Corte
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