Premessa
Questa settimana la newsletter Officina del Vero™ ti offre un “attrezzo” da officina, utile per capire il ruolo dei media nel raccontare la società. E per smascherare le narrazioni bugiarde.
IL CIRCOLO VIZIOSO DELLA GIUSTIZIA
L’altro giorno mia suocera, Maria, 91 anni, assidua spettatrice delle cose televisive, si lamentava: “Apri il televisore. Cerchi il tuo programma sul tuo canale e, zac!, ti ritrovi ancora a sentir parlare di Garlasco. Non se ne può più!”.
Le ho allora spiegato che discutere di un caso giudiziario è importante. Ben venga se si parla delle storture della giustizia; e del ruolo che i media hanno nel farci capire i casi criminali, i procedimenti giudiziari e come i sospettati sono presentati dai giornali e dai talk-show.
Nel caso dell’omicidio di Chiara Poggi (Garlasco, 13 agosto 2007), ad esempio, abbiamo trovato la prova dello stesso meccanismo di comunicazione che ha funzionato, alla grande, per il caso di Milena Sutter (13 anni, 6 maggio 1971).
Quello che è accaduto ad Alberto Stasi, fidanzato di Chiara nel caso di Garlasco, ora in carcere, è successo a Lorenzo Bozano, unico sospettato, imputato, prima assolto e poi condannato per la sparizione e morte di Milena Sutter. La differenza è che Stasi tra qualche anno esce di carcere, comunque vada. Mentre Bozano si è fatto 42 anni di galera, prima di morire a fine giugno 2021.
Cos’è successo ad Alberto Stasi e a Lorenzo Bozano? Entrambi sono stati “incriminati”, processati e condannati innanzi tutto dai media. I media hanno demolito la loro personalità, facendoli passare per pedofili (o comunque maniaci sessuali). E hanno individuato nel torbido mondo della loro presunta devianza sessuale il movente del delitto.
Quel lavoro dei media è passato in sede giudiziaria, influenzando prima le indagini - con omissioni, lavori a senso unico, direzioni di ricerca prefissate - e poi i processi in aula.
Una volta avuto il verdetto di colpevolezza - dopo una iniziale fase “innocentista” della vicenda giudiziaria dei due - i media hanno rilanciato, forti delle sentenze, ciò che loro stessi avevano cavalcato.
Abbiamo quindi avuto questo giro: media / riti giudiziari / media.
CHI HA ORIENTATO LA NARRAZIONE
La prova del giro media / giustizia / media la troviamo nelle carte. Nel caso di Alberto Stasi, c’è un profilo psicologico che ne traccia tutte le “devianze” (presunte), giudicando il fidanzato di Chiara; e attribuendogli tutto ciò che di infamante abbiamo letto nei media e nelle sentenze.
Va ricordato che l'articolo 220, comma 2, del Codice di Procedura Penale stabilisce un divieto espresso sull'utilizzo della perizia per determinare determinati aspetti della personalità e della condotta dell'imputato.
Nel caso di Lorenzo Bozano, i media (ieri come oggi, a 55 anni di distanza) e le sentenze di condanna lo profilano come un maniaco sessuale. La fonte qual è? Le lettere che il padre di Lorenzo, Paolo Bozano, scrisse - quando Lorenzo era minorenne - ai servizi sociali di Genova: in quelle lettere troviamo i giudizi pesanti che leggiamo sui media e nelle sentenze colpevoliste.
Il problema, nel caso di Lorenzo Bozano, è che il padre Paolo fu definito dai servizi sociali di Genova Potedecimo “uno psicopatico”. Ebbene, i media - ieri come oggi - e le sentenze di condanna fondano i loro giudizi - e la rappresentazione del cosiddetto biondino della spider rossa - sulle parole di un psicopatico. Si tratta di parole peraltro smentite dagli operatori sociali, che evidenziano le esagerazioni di Paolo Bozano sul figlio.
Anche nel Caso Sutter-Bozano abbiamo, così, i media che anticipano giudizi e visioni della vicenda e del sospettato, che troveremo poi in sede giudiziaria. Quei giudizi e quelle visioni indirizzano sin da subito le indagini, influenzano i magistrati che condannano, e poi - forti delle sentenze - vengono rilanciati alla grande dai media.
La domanda che mi sono posto, e che è al centro del mio lavoro di ricerca sui media e sui documenti giudiziari del Caso Sutter-Bozano, è questa: chi è il Grande Narratore, ovvero l’entità che ha ispirato e orientato la narrazione colpevolista? Perché ha gestito l’attenzione di media e giustizia con giudizi che demoliscono la persona sospettata?
LA CHECK-LIST DI CONTROLLO
Dalla comunicazione pubblica su questi due casi giudiziari possiamo trarre un metodo per smascherare tutte le narrazioni interessate che ci capita di incontrare: sul lavoro, sui giornali, sui grandi temi nazionali e internazionali.
Ecco la nostra check-list di controllo:
1. Chi lo dice per primo?
Risali alla fonte originale della narrazione pubblica: un atto, un documento, una persona che ha parlato. Un giornale che cita un altro giornale non è una fonte. Nel caso Bozano, la fonte originale sono le lettere di un padre ai servizi sociali.
2. Quella fonte ha titolo per dirlo?
Guarda chi scrive, quando, in quale circostanza e con quale competenza. Un giudizio su un ragazzo minorenne, scritto in un momento di conflitto familiare, pesa come una parola privata. Se diventa un’etichetta pubblica, il peso cambia. E il rigore dello specialista risulta il grande assente.
3. Il cerchio si chiude?
Verifica se i giornali citano la sentenza e la sentenza riprende i giornali. Segna chi ha detto cosa e in quale data. Quando due fonti si rimandano la stessa frase, di fonte ce n’è una sola.
4. Fatto, giudizio o ipotesi?
Sottolinea i verbi. «Ha fatto» è un fatto da provare. «Sembra», «avrebbe», «era noto per» sono giudizi o ipotesi. Un profilo psicologico resta un’ipotesi, anche se è stampato in prima pagina o in una sentenza.
5. Come viene chiamata la persona?
Controlla se un solo tratto (il maniaco, il mostro, il biondino) prende il posto di tutta la persona. Controlla anche se la parola «colpevole» arriva prima del verdetto. Chi etichetta una persona sta già giudicando.
6. Che storia racconta, e che cosa lascia fuori?
Una narrazione che offre un movente pronto e nessun dubbio chiude troppo bene. Cerca i dettagli che non tornano, le versioni alternative, le prove che non entrano nel racconto.
7. Chi non parla, e quanto spazio ha ottenuto?
Conta le voci presenti e quelle assenti: la difesa, i testimoni minori, chi non fa audience. Confronta poi lo spazio dato a questo fatto con quello dato ad altri più gravi e meno raccontati.
Per chi ha poco tempo, due domande bastano come primo filtro:
chi lo dice per primo?
che cosa manca nel racconto?
Ho proposto a mia suocera Maria le due domande, come primo filtro. E ha colto subito come la narrazione su Alberto Stasi sia stata orientata con un obiettivo chiaro: distruggerne la persona, poggiamdo su basi che non sono scientifiche. Al di là del giudizio di merito su di lui, condannato in via definitiva, e sulla vicenda.
Un caro saluto.
Maurizio F. Corte
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- Per questo articolo ho usato Claude, modello di IA, per la ricerca e la revisione editoriale del testo
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