È domenica mattina, e sono nel centro di Andria, in Puglia, per un convegno sull’adozione e l’affido di minori. Mia figlia mi manda, via whatsapp, il link a un video pubblicato su Instagram.
Si vedono decine di giovani - definiti come maranza - che si abbandonano a scorribande, danneggiamenti e altre azioni illegali nel centro di Verona. A poche decine di metri dall’Arena.
Il messaggio di mia figlia su whatsapp non lascia spazio a dubbi: “I maranza a Verona”. Il video, in verticale, è stato pubblicato sul giornale dove ho lavorato per molti anni, L’Arena. Il titolo indica subito il frame, la cornice, l’angolazione da cui leggere la notizia: “Centinaia di ‘maranza’ tra risse, petardi e cestini incendiati: ‘guerriglia urbana’ in centro”.
Da notare l’uso delle virgolette sulle parole “maranza” e “guerriglia urbana”. Tanto che mi chiedo subito: sono maranza o no? È stata guerriglia urbana o no?
La realtà dei giornalisti
Noi giornalisti abbiamo un nostro modo di raccontare la realtà. Ce la caviamo con i soprannomi, con le etichette, con i nomignoli. Lo so bene, avendo studiato a fondo il caso del biondino della spider rossa che non è mai stato biondo. E così, davanti alle violenze di piazza a Milano e in una citta tutta cultura e musica come Verona, sui media è rispuntato il nome magico: “maranza”.
Ci dice Treccani che il maranza è “un giovane che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi, caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccar briga, riconoscibili anche dal modo di vestire appariscente (con capi e accessori griffati, spesso contraffatti) e dal linguaggio volgare”.
In questo modo, con una sola parola, noi giornalisti liquidiamo l’espressione della rabbia, del disagio e della protesta di giovani che i governi precedenti hanno ignorato. E che il governo in carica vuole criminalizzare.
Sia chiaro: la violenza contro i poliziotti, li danneggiamenti e le distruzioni di auto, negozi, arredi urbani va punita. Non è protesta legittima contro il Potere.
È anche vero, tuttavia, che un cantautore, Fabrizio De André, che tanto piace a un ministro del governo in carica, cantava questi versi, nel 1973:
E adesso imparo un sacco di cose
in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual è il crimine giusto
per non passare da criminali.
Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame.
È apologia della violenza quella di De André? No. È la fotografia di una società, quella italiana degli Anni Settanta, segnata da ingiustizie sociali e sfruttamento.
A fare notizia, invece, in quei tempi complessi era la violenza. Mentre pochi tra i cittadini portavano l’attenzione agli errori e alle ruberie di chi detiene il Potere. Ovvero, le élite economiche, finanziarie e politiche.
Il fallimento del governare
Comunque la si pensi sui maranza, un dato è certo. Abbiamo una classe politica che non sa governare i fenomeni. E che fonda il proprio potere su una profonda ingiustizia economica e sociale, che viola la Costituzione repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo e al nazismo.
Per classe politica intendo tutti i governi della cosiddetta Seconda Repubblica. Devastata la classe politica della Prima Repubblica - quella che almeno sapeva come si governa uno Stato - ci siamo trovati con una nuova categoria di politici: meno capaci, non sempre onesti e sempre impreparati di fronte ai fenomeni sociali, politici ed economici da governare.
Il governo in carica vi aggiunge - e questo lo distingue in negativo - la menzogna pubblica, la volontà di criminalizzare quello che non sa gestire e l’arroganza di chi non ha mai capito la società in cui si muove.
L’ha fatto, sin da subito, con i giovani violenti. E l’ha fatto anche con gli autotrasportatori, che hanno protestato per i costi insopportabili dei carburanti.
“Io ti ignoro”
La Scuola di Palo Alto, con gli assiomi sulla comunicazione, ci illumina su un fattore che tutti noi spesso ignoriamo. O che addirittura cavalchiamo, quando ci fa comodo: la disconferma.
La disconferma è l’azione, o la pratica, con cui ignoriamo l’altra persona. Non c’è condanna peggiore, per una persona, ci dicono gli studiosi della Scuola di Palo Alto, che l’essere ignorata. Il non essere considerati, visti, riconosciuti è disperante: più del rifiuto, che pure ci amareggia.
I giovani violenti nelle piazze - che i media liquidano con il neologismo maranza - sono l’esempio principe di come il govermo, il Potere, le élite ignorino le paure, i bisogni, le inquietudini di ragazze e ragazzi. Quelli che abitano le parti meno abbienti della società dei consumi.
La malafede del Potere, a partire dai giornali, è dimostrata proprio dall’uso della parola maranza, che evita a tutti di tematizzare il problema. La ciliegina sulla torta dell’ipocrisia la mette la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha dimostrato negli anni di governo di non essere spesso all’altezza della situazione: in politica estera, nell’economia nazionale, nella giustizia e in tutte le competenze che ha un governo della Repubblica.
La premier Meloni ha liquidato come “delinquenti” i giovani che hanno messo a ferro e fuoco Milano.
È evidente che chi commette violenze si comporta da delinquente, che è diverso dall’essere un deliquente, come lo sono i mafiosi e gli evasori fiscali seriali. Il problema è che non si risolvono i problemi dando del deliquente a qualcuno, ma ponendosi la domanda: come mai centinaia di giovani e giovanissimi, estranei a centri sociali e altri soggetti dalla violenza garantita, si abbandonano alla guerriglia urbana?
Gli strumenti per intervenire
Gli strumenti per comprendere la violenza, e per affrontarla, ci sono tutti. Decenni di studi delle scienze sociali ci hanno dato i mezzi per capire e per intervenire.
La scusa che si mette in campo, ogni volta che si parla di politiche sociali, è la stessa: mancano le risorse.
È ovvio che manchino le risorse, se in uno Stato come quello italiano quasi 25 milioni di cittadini non pagano un euro di Irpef. E se vi è un’evasione fiscale calcolata in 200 miliardi di euro, secondo la Guardia di Finanza.
Siamo, così, un Paese di ladri che si stupisce se migliaia di giovani sono incazzati al punto da trasformarsi, per alcune ore, in delinquenti.
Dall’Italia delle mafie, dell’evasione fiscale e di governi che non sanno capire e governare i fenomeni, possiamo forse aspettarci altro? Se guardiamo alla realtà sociale, emergono tutti i dati utili a portarci in una sola direzione: quella del disagio, della disperazione, della precarietà.
Gli stipendi sono a livelli di sfruttamento. Spesso i nostri giovani lavoratori - la ristorazione ne è un esempio - sono trattati male e pagati peggio. Non si trovano case in affitto; e quelle poche hanno prezzi incaccessibili.
Anche tutte queste sono violenza.
Da questo vigneto di ingiustizie pensavamo forse di trarre del buon vino? Solo un deficiente, o una persona in malafede, non ha messo in conto la rabbia, la violenza, la protesta senza disegni politici.
Non si tratta di giustificare, sia chiaro. Perché se qualcuno pensa che io giustifichi la violenza, vola molto basso. Si tratta di avere il coraggio di guardare in faccia la realtà.
Sono reduce da un interessante convegno sull’adozione e sull’affido, tenutosi a Andria, in Puglia. Anche lì è emerso il problema delle risorse. Anche lì si è dibattuto sui problemi delle famiglie disagiate; e dei figli e delle figlie che si trovano in ambienti familiari inadatti.
Se ci spostiamo sul fronte della sicurezza, della lotta al crimine e delle carceri, abbiamo la stessa risposta: non ci sono risorse. Tutto questo nell’Italia dei ladri che non pagano le tasse; e di governanti che non sanno fare il loro mestiere.
Il punto paradossale, per concludere questi pensieri sui maranza violenti in un Paese di ladri, è che investiamo in violenza (la guerra). E poi ci stupiamo, ipocriti, se qualcuno ci presenta il conto. E ci riporta alla verità sostanziale dei fatti.
Le violenze, le ruberie, le pietre contro la polizia sono inaccettabili. Non c’è dubbio. E lo sono sempre quando si distrugge e si assumono comportamenti distruttivi. Quelle violenze, purtroppo, sono però espressione di una scomoda realtà.
Come leggere le notizie sui maranza
Ogni notizia - così come il linguaggio con cui viene raccontata - è frutto di una scelta. La scelta porta a dare un’interpretazione dei fatti. E a costruire una realtà.
Come leggere le notizie sui giornali, allora? Possiamo farlo ponendoci domande. Le domande sono i migliori strumenti per leggere in modo critico le narrazioni dei media.
Le domande valgono per questo tipo di notizia: una protesta sociale che i giornali raccontano soprattutto attraverso la violenza. Valgono, tuttavia, anche per altri eventi, come i blocchi dei Tir degli autotrasportatori, al Sud.
Chi parla e chi no? Conta le fonti. Quante sono istituzionali, quante sono i manifestanti, quante i giovani coinvolti? Una storia raccontata solo da chi la contrasta produce un solo punto di vista.
Con quale parola viene nominato chi usa violenza, e che cosa sappiamo davvero di loro? «Maranza», «facinorosi», «autoconvocati», «incappucciati»: ogni parola porta con sé un’idea di chi sono. Cerca nel testo i fatti che la sostengono (età, cittadinanza, appartenenze).
Chi compie l’azione nella frase? «Il corteo degenera», «piovono pietre»: la sintassi può togliere l’agente. Chiediti chi ha lanciato, chi ha caricato, chi ha sparato i lacrimogeni.
Quali numeri, da quale fonte, e tornano con altri giornali? Un bilancio senza fonte e senza ora di chiusura è provvisorio. Confronta cifre di feriti, fermati, partecipanti con altre testate.
Quale tema esce dalla pagina quando entra la violenza, e a chi conviene? Il carovita, gli stipendi, gli affitti diventano sfondo, e il tema diventa l’ordine pubblico. Chiediti che cosa manca (dati, ragioni, proporzionalità della risposta delle forze dell’ordine) e chi guadagna dalla cornice scelta.
Maurizio F. Corte


