Quello che più mi preoccupa degli interventi del governo italiano in materia di sicurezza e contrasto al crimine dipende da due caratteristiche. Sono proprie delle persone che a quel governo appartengono. E fanno parte anche di alcuni degli operatori che, in linea con quel governo, lavorerebbero per la sicurezza e contro il crimine.
La prima catatteristica è la mancanza di adesione e passione per i valori democratici, della libertà, dell’uguaglianza sociale, del rispetto della diversità. Lo dimostrano i vari decreti sicurezza che comprimono le libertà, anziché assicurare tranquillità, protezione e vera sicurezza alle persone.
La seconda caratteristica è la concezione che questo governo - e alcuni suoi servitori nei vari corpi dello Stato - ha del crimine: pensano molto e parlano molto di criminalità giovanile, quando l’emergenza è data dalle mafie che sono dentro l’economia italiana; considerano l’evasione fiscale (su cui prosperano mafie, droga e corruzione) un non-problema, quando è invece la madre di tutti i problemi italiani.
Recuperare 100 miliardi di evasione fiscale (abbassando poi la pressione fiscale) e combattere senza sosta, ogni giorno, le mafie (con il seguito di traffici di droga e corruzione) cambierebbe il volto dell’Italia.
Con questo non voglio dire che la microcriminalità e la devianza giovanile vadano ignorate. Anzi. Vanno gestite e combattute con un sistema a tenaglia: polizia e progetti educativi e sociali.
La logica della criminalizzazione dei giovani devianti e la cultura della galera a tutti i costi - anziché quella della certezza della pena e della rieducazione - porta poi ad azioni inefficaci. La sicurezza resta precaria. l’allarme aumenta.
Il paradosso è che tra criminalità percepita e criminalità reale, tra sicurezza percepita e insicurezza reale, vi è uno scarto. La responsabilità di questo scarto - che porta ansia e paura tra le persone - è di chi cavalca le paure, anziché risolvere i problemi. E di chi con i media cavalca gli allarmi, aumentandoli oltre ogni indice di realtà, anziché proporre soluzioni.
In questo quadro, ecco l’ennesima mannaia contro le libertà democratiche, la giustizia sociale e il rispetto della diversità: il decreto legislativo sul riconoscimento facciale attraverso l’uso dell’Intelligenza Artificiale.
Intelligenza Artificiale: riconoscimento facciale e stato di polizia
Cammini in piazza, durante un corteo o un concerto. Una telecamera ti inquadra. In pochi secondi, un algoritmo confronta i tratti del tuo viso con un archivio di volti. Non hai commesso nulla. Eppure il tuo dato biometrico può restare registrato per giorni.
Fino a poco tempo fa era uno scenario teorico. Sta per diventare regola, in Italia.
Il governo accelera l’iter dello schema di decreto legislativo che adegua la normativa nazionale al Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, l’AI Act. Il testo, in queste ore tra Camera e Senato, disciplina l’uso del riconoscimento facciale da parte della polizia. E apre uno scontro, ancora aperto, con Bruxelles.
CHE COSA DICE L’UNIONE EUROPEA
L’AI Act parte da un divieto netto. L’identificazione biometrica remota “in tempo reale”, negli spazi accessibili al pubblico, è vietata come regola generale. Le eccezioni sono tassative: la ricerca di persone scomparse o vittime di tratta, la prevenzione di una minaccia terroristica imminente, le indagini su reati di particolare gravità.
Anche dentro queste eccezioni, il regolamento fissa un paletto preciso. L’autorizzazione deve arrivare da un’autorità giudiziaria o amministrativa indipendente. Solo nei casi di urgenza estrema il controllo può avvenire dopo, non prima. E ogni uso va notificato all’autorità di protezione dati.
COSA VUOL FARE IL GOVERNO ITALIANO
Il testo del governo recepisce le eccezioni indicate dal regolamento della Ue, ma le declina in modo da sollevare più di una domanda. L’autorità chiamata ad autorizzare il riconoscimento in tempo reale non è un giudice indipendente, ma il pubblico ministero. Nei casi di urgenza, la richiesta può essere anche orale, senza il via libera preventivo del giudice per le indagini preliminari.
C’è poi una seconda novità, forse la più delicata. Il decreto introduce la raccolta preventiva dei dati biometrici — tratti del volto, scansione dell’iride — delle persone che accedono a luoghi definiti sensibili: piazze di manifestazioni, percorsi di cortei, grandi eventi.
I dati restano conservati fino a sette giorni. Se nel frattempo emerge un’esigenza investigativa, vengono usati. Altrimenti, cancellati. Restano invece per cinque anni i log delle attivazioni, a disposizione di eventuali controlli.
L’AI Act tratta il riconoscimento biometrico come un’eccezione da attivare caso per caso, con autorizzazione entro 48 ore dall’evento che l’ha resa necessaria. Il decreto italiano lo trasforma, di fatto, in uno strumento che può precedere il reato: raccogli prima, valuti dopo.
LE CRITICHE AL DECRETO SUL RICONOSCIMENTO FACCIALE
Il Garante per la protezione dei dati personali, nel parere n. 531 del 14 luglio 2026, ha dato un giudizio nel complesso favorevole, ma con condizioni precise. Il nodo, per l’Autorità, è la raccolta generalizzata e preventiva dei dati biometrici: un trattamento che rischia di non essere coerente con un regolamento che consente il riconoscimento facciale per ricerche mirate, non per raccolte massive e diffuse.
Da Bruxelles, la Commissione europea ha usato parole nette: il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili resta una pratica vietata dall’AI Act, applicabile già dallo scorso anno. Nessun margine di ambiguità, secondo i portavoce comunitari.
Sul piano parlamentare, PD e Movimento 5 Stelle parlano di un blitz che comprime il confronto su un tema che tocca i diritti costituzionali. La maggioranza, con Fratelli d’Italia, replica che il decreto rispetta l’AI Act e le garanzie costituzionali punto per punto, e che l’uso della tecnologia resta circoscritto a contesti specifici, sotto controllo giudiziario.
Il voto della commissione Affari europei della Camera, atteso in questi giorni, è stato rinviato a settembre. La partita resta aperta. E si chiuderà solo quando il testo definitivo sarà notificato alla Commissione europea, chiamata a verificarne la conformità.
Vale la pena notare un dettaglio, tra le righe del decreto. I luoghi definiti “sensibili” includono le piazze delle manifestazioni e i percorsi dei cortei. Non solo stadi o grandi eventi, dunque, ma anche lo spazio del dissenso politico e sociale. Chi partecipa a una protesta, da domani, potrebbe sapere che il proprio volto entra comunque in un archivio, per una settimana, a prescindere da qualunque reato commesso.
Una questione che riguarda tutti
Al di là dei tecnicismi normativi, la sostanza è semplice. Chi decide quanto un volto — il tuo, il mio — possa diventare un dato archiviato, senza che tu lo sappia o lo voglia? Ogni norma di sicurezza sposta un confine tra Stato e cittadino. E ogni volta che quel confine si sposta, qualcuno deve rispondere del motivo.
Il diritto europeo, con tutti i suoi limiti, parte dal dubbio: la sorveglianza biometrica è prima di tutto un rischio per la dignità delle persone, da contenere con eccezioni strette.
Il decreto italiano, nella versione attuale, sposta il peso dall’eccezione alla possibilità. Ed è qui che si misura la differenza tra un’Europa che difende ancora un principio di cautela e l’Italia che, in nome della sicurezza, allarga i margini di ciò che può essere sorvegliato.
Non è un dibattito per addetti ai lavori, per giuristi o parlamentari. Riguarda te, ogni volta che attraversi una piazza, una stazione, il luogo di un concerto. Vale la pena chiedersi chi controlla i controllori. E come mai tanta urgenza, potenza di intervento e controllo non vengono esercitati - con richiami puntuali sui media - contro le mafie. E contro l’evasione fiscale e lo spaccio organizzato della droga.
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