EDITORIALE
I casi giudiziari basati su indizi hanno una caratteristica che spesso ricorre: demolire - a livello mediatico prima che nelle sentenze - la persona sospettata.
L’esempio più evidente è quello che meglio conosco: Lorenzo Bozano, che fu soprannominato il biondino della spider rossa, pur non essendo magrolino e tanto meno biondo.
Bozano fu presentato come un “maniaco sessuale”, nelle cronache del processo a suo carino, nel 1973. Persino nel rigettare la sua richiesta di semilibertà, nel 2013, la giudice che firma il provvedimento lo classifica un “deviato sessuale”.
L’indagine scientifica della dottoressa Laura Baccaro, psicologa giuridica e criminologa, esperta in autori di reato a sfondo sessuale, smentisce che Bozano sia stato affetto da “parafilie”. Non era un deviato sessuale, insomma.
Pensiamo, poi, a due casi molto noti, con i relativi condannati. Il primo è quello di Massimo Giuseppe Bossetti, condannato per l’omicidio di Yara Gambirasio, a cui sono state attribuite ricerche online su ragazzine.
Il secondo è Alberto Stasi, condannato a dicembre 2014, per l’omicidio di Chiara Poggi, a Garlasco (Pavia). A lui furono attribuite ricerche, poi rivelatesi non vere, di tipo pedopornografico.
Sempre a Garlasco, abbiamo ora sotto indagine il nuovo sospettato dell’omicidio di Chiara (avvenuto ad agosto 2007): Andrea Sempio. Pure lui viene gravato del peso di passioni sessuali irrefrenabili.
A quanto pare - che ci sia davvero nei fatti o meno - il collegamento tra “sesso e crimine” guida il lavoro degli investigatori; e attira l’attenzione dei media. È un link che sembra aiutare nella ricerca del “movente”.
Si presta invece meno attenzione, da parte dei media, alla domanda: che prove - oltre ogni ragionevole dubbio - ci sono che colleghino il sospettato all’omicidio?
Maurizio F. Corte
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