Ti hanno mai detto: "Se non hai niente da nascondere, non hai niente da temere"?
È la classica frase che giustifica ogni telecamera in più, ogni nuova app che chiede accesso ai nostri dati, ogni sistema di riconoscimento facciale installato in una piazza. Sembra innocua. Non lo è.
Dietro quella frase si nasconde una delle trasformazioni più profonde del nostro tempo: il modo in cui il potere ci guarda, e il modo in cui noi, senza accorgercene, abbiamo imparato a guardare le altre persone.
Per orientarsi in questa complessità serve un criterio. Lo offre la studiosa Eugenia Siapera, che nel suo lavoro sulla sorveglianza distingue due modelli di sguardo, opposti e complementari: il Panopticon e il Synopticon. A questi se ne aggiunge un terzo, più recente, che riguarda da vicino chi usa ogni giorno smartphone e social network.
Prima di entrare nei tre modelli, vale la pena fermarsi su un punto che Siapera mette in chiaro fin dall’inizio: la sorveglianza non è un fenomeno nuovo, è sempre esistita.
Quello che cambia, con i nuovi media, è la scala. David Lyon, sociologo canadese che ha studiato a lungo questi processi, parla della nascita di una vera e propria “società della sorveglianza”: un apparato esteso e sofisticato per osservare e classificare i comportamenti delle persone, su scala mai vista prima.
Il Panopticon: pochi guardano molti
Il primo modello arriva da Michel Foucault, che riprende un’idea dell’architetto e giurista britannico Jeremy Bentham.
Nel 1791 Bentham progettò il Panopticon: una struttura carceraria pensata in modo che pochi guardiani potessero osservare tutti i detenuti, senza che questi sapessero mai se in quel momento erano osservati o meno.
Il punto non è la sorveglianza in sé. È ciò che accade nella testa di chi è sorvegliato.
Sapendo di poter essere visto in qualsiasi istante, il detenuto comincia a comportarsi bene anche quando nessuno lo guarda davvero. Il controllo si interiorizza. Non serve più un guardiano fisico: ognuno diventa il controllore di se stesso.
Foucault ha mostrato come questo meccanismo non sia rimasto confinato alle prigioni.
Lo ritroviamo ovunque ci sia una telecamera, in banca, in un negozio, su una piazza, in una stazione. Ne vediamo gli effetti. Chi guarda, quasi mai se ne accorge.
Il risultato è lo stesso: la consapevolezza di essere visibili modifica il comportamento. Foucault parlava di un potere che diventa più efficiente proprio perché non ha più bisogno di mostrarsi.
Mi ricorda in questo ciò che noi giornalisti sappiamo da sempre: ben più efficace della censura esplicita da parte di un direttore, piuttosto che di un editore, c’è l’autocensura. Ovvero, il blocco che noi stessi diamo al nostro lavoro di cronisti piuttosto che di gatekeeper, ovvero giornalisti che hanno il compito di selezionare e dare l’adeguato spazio alle notizie.
C’è un effetto ulteriore, che Siapera sottolinea riprendendo proprio Foucault: il risultato del Panopticon non è solo una società più disciplinata o più conformista.
Il risultato è una società in cui le persone diventano, esse stesse, soggetti e oggetti di sorveglianza.
Non siamo più liberi agenti che agiscono nella propria sfera privata, protetta da ogni intrusione, come voleva la tradizione liberale classica. Siamo invece individui classificati senza sosta, valutati, riorganizzati secondo le esigenze di chi controlla i dati, sia esso lo Stato o un’azienda privata.
Il paradosso è che il pensiero liberale è funzionale al capitalismo, sottolineando la libertà di intrapresa, la sacralità della privacy, il primato dell’individuo sul controllo da parte dello Stato.
Tuttavia il capitalismo dell’informazione si alimenta e prospera con i dati. Ha così fatto un patto diabolico: in economia agisce come i borghesi sono soliti agire per i propri affari; in politica e nelle relazioni sociali agevola un controllo di tipo comunista stalinista.
Il Synopticon: molti guardano pochi
Il Panopticon descrive bene la sorveglianza dello Stato e delle istituzioni, ma questo non basta a spiegare ciò che accade con i media.
Qui entra in gioco un secondo modello, teorizzato dal sociologo norvegese Thomas Mathiesen e ripreso dal sociologo Zygmunt Bauman: il Synopticon.
Il meccanismo si capovolge. Non sono più i pochi a guardare i molti, ma i molti a guardare i pochi.
Pensiamo alla televisione, ai social media, ai contenuti virali: milioni di persone, nello stesso istante, osservano celebrità, leader politici, influencer, accademici noti. Bauman osserva che questo non è un caso di disciplina imposta dall’alto, ma di seduzione.
Le vite mostrate da questi pochi diventano un modello da ammirare, uno stile da imitare, un’aspirazione condivisa.
Non c’è bisogno di costringere nessuno a comportarsi in un certo modo: basta rendere desiderabile un certo modo di vivere, e la conformità arriva da sola, accompagnata dal piacere di guardare.
Secondo Bauman, questa tecnica del potere produce un effetto sottile ma decisivo: dà l’impressione di trasparenza e vicinanza tra chi guarda e chi è guardato, come se non ci fosse distanza reale tra noi e le élite ricche e potenti che osserviamo.
In questo modo, le disuguaglianze esistenti vengono legittimate, perché sembrano accessibili, quasi familiari. Allo stesso tempo, le voci fuori dal coro faticano a emergere: la narrazione dominante propaga uno stile di vita da seguire, e con questo scoraggia ogni dissenso.
Ne so qualcosa dopo oltre 45 anni di giornalismo che ho cercato di esercitare fuori dal coro, praticando il dissenso. E scegliendo di essere dalla parte dei deboli, dei poveri, degli sfruttati e dei marginalizzati.
David Lyon, altro studioso citato nel testo di Siapera, studiosa irlandese, aggiunge un dettaglio importante: Panopticon e Synopticon non si sostituiscono, lavorano insieme.
Il fatto che i molti guardino i pochi, secondo Lyon, legittima anche il fatto che i pochi possano continuare a guardare i molti. Sono due facce della stessa logica di controllo.
Il terzo livello: ci guardiamo tra di noi
C’è però una domanda chiara che Siapera pone nel suo testo Understanding New Media: che ruolo hanno i nuovi media in questo schema?
La risposta arriva da Mark Andrejevic, che ha studiato a lungo le forme contemporanee della sorveglianza. Secondo lo studioso, i nuovi media hanno introdotto una terza dinamica, distinta dalle prime due: la sorveglianza laterale.
Non parliamo più solo di pochi che guardano molti, o di molti che guardano pochi. Parliamo di molti che guardano molti.
Ognuno di noi, attraverso gli stessi strumenti digitali che ci permettono di restare in contatto, può osservare gli altri: i profili social, le tracce lasciate online, le immagini geolocalizzate, persino Google Earth. E gli altri possono fare lo stesso con noi.
Andrejevic collega questa diffusione delle tecniche di controllo a un clima più ampio di incertezza e rischio.
In un mondo dove tutto può accadere in qualsiasi momento e per mano di chiunque, sorvegliarsi a vicenda diventa quasi una forma di rassicurazione, un modo per ridurre l’ansia che la complessità contemporanea ci impone.
Il prezzo che si paga è però alto: si dissolve sempre di più il confine tra ciò che è pubblico e ciò che dovrebbe restare privato. Non resta più nulla di nascosto, né dallo Stato, né dalle aziende, né dai nostri stessi vicini, colleghi, conoscenti.
Perché tutto questo ti riguarda
Capire questi tre modelli non è un esercizio accademico fine a se stesso.
È uno strumento concreto per leggere la realtà in cui viviamo ogni giorno, online e offline.
Quando pubblichi una foto, quando segui un influencer, quando controlli il profilo di un collega o di un ex partner, quando ti senti osservato da un sistema che non vedi: in ognuno di questi momenti stai abitando, da soggetto attivo o passivo, una delle tre forme di sguardo che Siapera descrive.
Sapere distinguere chi guarda chi, e con quale logica, è il primo passo per non subire in silenzio questi meccanismi.
Significa poter scegliere, con criterio, cosa esporre e cosa proteggere. Significa capire perché certi contenuti ci affascinano più di altri. Significa riconoscere quando la nostra attenzione viene catturata da una logica di seduzione, piuttosto che informata da una scelta libera.
C’è oggi un elemento in più, che sta rendendo ancora più stringenti e ineludibili le regole del gioco della sorveglianza: l’Intelligenza Artificiale.
La IA aggiunge ulteriori strati a questi meccanismi di osservazione, automatizzando la raccolta e l’analisi dei dati che produciamo. Ecco, allora, che questa capacità critica di leggere la sorveglianza diventa ancora più necessaria.
I sistemi di raccomandazione, gli algoritmi che decidono cosa mostrarci, le piattaforme che vendono i nostri profili comportamentali ai marketer: tutto questo si innesta sui tre modelli descritti da Siapera, e li amplifica.
Non si tratta di rifiutare i media o l’IA. Si tratta di usarli con metodo, mantenendo intatta la propria autonomia di giudizio.
Vale la pena ricordare, infine, che secondo Siapera queste tre forme di sguardo non restano separate: si sommano, si rinforzano a vicenda.
Ripensiamo al quadro pennellato dalla studiosa dei nuovi media: lo Stato ci osserva con le sue telecamere, noi ammiriamo e imitiamo le élite mediatiche, noi che controlliamo i nostri stessi pari da cui siamo controllati.
Siamo in presenza di tre ingranaggi della stessa macchina. E nessuno dei tre si capisce davvero senza gli altri due.
La domanda da porsi, allora, non è soltanto “chi mi guarda?”. È anche, e soprattutto: “chi sto guardando io, e perché?”. Nella logica dello specchio possiamo trovare una prima risposta.
Maurizio F. Corte
Maurizio F. Corte, giornalista professionista, scrittore per i media e media educator, è docente a contratto di Comunicazione Interculturale nei Media al Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona e coordinatore didattico del Master in Intercultural Competence and Management e in Giornalismo europeo, Media e Giornalismo interculturale
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FONTI BIBLIOGRAFICHE
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